di Davide Terruzzi
Certo che sono orgoglioso. Molto orgoglioso. Come lo ero ieri, come lo sarò a fine stagione. Mi sono svegliato con un mix di sentimenti che non saprei nemmeno come definire, ma in fondo pervade la voglia di tornare immediatamente a giocarsi le ultime di campionato e la Finale di Coppa Italia per festeggiare nuove vittorie e onorare questa Juventus.
Solamente una settimana fa questa squadra era da rivoluzionare, l’allenatore era da salutare, sì forse qualche timido ringraziamento, il ciclo terminato, magari avremmo affrontato un anno di transizione; la partita col Benevento, due gol da uno sconosciuto, sofferenza infame contro l’ultima, come segnale di una Juventus in crisi. Poi arriva la Roma con la fantastica rimonta in casa sul Barça. Ha visto come si gioca in Europa? Allegri impara da Di Francesco, lui sì che ha la mentalità europea vincente, non come te. Infine, arriva la partita di ritorno col Real, la Juve disputa una partita da big europea com’è, lo stesso era successo a Torino, sbanca il Bernabeu ma non può festeggiare e torna in Italia come un animale ferito.
Sì, la Juventus da quattro anni è una delle grandi d’Europa. Basta fare questo semplice elenco per rendersene conto: 2014-2015, Finale, persa col Barcellona di Messi, Neymar, Suarez e Iniesta; 2015-2016, eliminazione col Bayern di Guardiola ai supplementari (e gol del 3-0 regolare annullato); 2016-2017, Finale persa col Real campione in carica; 2017-2018, eliminazione col Real all’ultimo secondo (rigore non dato all’andata, rigore mooooolto dubbio a sfavore all’ultimo minuto). In questo quadriennio ci sono diverse partite da ricordare, portare sempre dentro di sé, c’è l’affermazione e il consolidamento, il raggiungimento e il mantenimento di uno status europeo, la consapevolezza di essere una grande continentale in grado di poter giocasela alla pari con tutti. Perdere con Messi e Ronaldo, perdere solamente con chi è leggermente più forte di te è la normalità, non una colpa o un crimine,
E quanto raggiunto in Europa è una parte, perché sappiamo tutti quello che la Juventus ha vinto in questi sei anni e quello che può ancora vincere tra qualche settimana. Siamo di fronte a una squadra leggendaria, che domina in Italia, e dovremmo essere tutti solamente orgogliosi, capire di essere dei fortunati per vivere questo periodo storico. Non c’è nulla di scontato, anche se per diversi lo è, qualsiasi vittoria in Italia sembra sia la normalità, qualcosa di semplice. Non lo è, perché vincere per così tanto tempo richiede una grandissima concentrazione, una determinazione e tranquillità che non può lasciare incantati. Non basta essere più forti, lo devi dimostrare, gestendoti. La Juventus è una forza tranquilla, manifesta la propria superiorità con la consapevolezza e la serenità di poter sempre vincere, la stessa che il Real ha dimostrato a Torino.
Alcuni discorsi che si fecero dopo l’andata restano sempre validi. La differenza con gli spagnoli è principalmente Ronaldo, ma la Juventus può e deve migliorare a centrocampo, vivendo sempre la Champions come uno degli obiettivi stagionale, senza alcuna ossessione, ansia, ma con leggerezza e consapevolezza. A Torino siamo stati puniti dagli episodi, la prestazione della squadra era stata la migliore stagionale, ma semplicemente ti aveva anche detto male (a differenza dello scorso anno col Barça); a Madrid si è fatta un’altra ottima partita, questa volta ti ha detto bene, ma sei stato punito da un singolo episodio. E allora tutti dovremmo capire che la Champions non può essere programmata, non può essere l’obiettivo dell’anno, non può essere l’ossessione, l’unico metro di giudizio per applaudire o criticare la squadra e l’allenatore; vincere la Champions dipende molto dagli episodi e rifiuto fortemente l’idea che una stagione possa essere giudicata dall’alzare o meno questa coppa. Esiste un solo rimpianto in questi giorni, l’unico errore commesso dalla Juventus: aver smesso di giocare, uscire dalla partita dopo il 2 a 0 e l’espulsione di Dybala, dimenticandosi che c’era ancora molto da scrivere. Questa è l’unica lezione da portarsi dietro: restare sempre dentro la gara, tutto può succedere, specialmente in una qualificazione tra andata e ritorno.
Madrid è anche la sconfitta di quei tifosi juventini che producono rumore, che pensano di essere i migliori allenatori al mondo, sicuramente migliori d’Allegri, che deridono anche i giocatori (chissà se hanno esultato ai gol di Mandzukic), che gettano colpe sulla “mentalità perdente dei senatori che ci frena”, che parlano di gioco a caso, random, che si augurano persino di perdere per avere chissà quale guru in panchina e finalmente vedere il bel giuoco, magari qualche erede di Guardiola, dimenticandosi che lo stesso è stato eliminato da Monaco e Liverpool negli ultimi due anni ed è andato via dal Bayern proprio perché non aveva vinto in Europa nonostante gli investimenti fatti dalla società. Siete rumore, lo stesso che producono i mugugni di chi siede allo Stadium, fischia i proprio giocatori durante una partita, lascia sul 2-0. Tutto questo quotidiano fastidio non deve farci dimenticare che questa Juventus è una leggenda, dobbiamo solamente essere orgogliosi e contenti di esserne tifosi. E ora c’è solo da vincere e finalmente fare una festa grande allo Stadium e per le strade di Torino.
Ho sognato i supplementari
Cos’è uno 0-3 a Madrid quando scocca il novantesimo minuto?
Non ho fatto in tempo a trovare la risposta più giusta, le parole, perché le parole sono importanti ma a volte non ne esistono di così precise. Alla vigilia avevo sognato il Bernabeu, ma ero arrivato fin lì, a un passo dai supplementari, con in mano un calice del quale non conoscevo il contenuto.
So però come ci siamo arrivati perché questa volta, nella notte che davvero conta, ricordo tutto. E’ nitido Buffon che si distende su Isco, blocca su Cristiano, esce su traversone basso di Marcelo e nessuno di questi tempi se lo sarebbe comunque ricordato. E’ chiaro che mi fermo in redazione oltre l’orario di lavoro perché è lì che posso stare con me stesso. C’è Alfio Musmarra a tre tavoli da me, ma la sua discrezione e il suo distacco sono encomiabili. La partita gli scivola addosso, come soltanto nei personaggi costruiti dalle nostre menti in fase rem. E’ stupefacente Allegri che non si scompone di fronte a due gol del pupillo Mandzukic (cacchio, HA LE ALI DAVVERO), che non sbotta con Alex Sandro, che sistema fuori De Sciglio in quattro e quattr’otto, che chiede la vita a Lichtsteiner, che permette a Douglas Costa di giocarsela ai dadi con Marcelo. Ed è ancora più stupefacente l’immagine di Zidane colta dal mio occhio che sfarfalla: al terzo minuto, mani nelle tasche del cappottino e sguardo da Forrest Gump, ha già perso la partita.
So anche chi ha fatto il terzo, anzi no aspè. Avrei detto Matuidi, ma no. Ci mette un’ora per girarsi, è a tre passi dalla porta, Keylor Navas non c’è più (e tremo all’idea di tornare indietro, al sogno della notte precedente, perché questa volta voglio sapere come va a finire). Quindi non può essere Matuidi. Non deve essere Matuidi. In quel lasso di tempo, mentre la palla è incollata al terreno, faccio in tempo ad alzarmi dalla sedia girevole, fare tre passi verso il tv, guardare Alfio che si informa sulle condizioni di un certo Karsdorp e insieme compone il numero di un interno, tornare indietro, chiudere l’I-Pad. Mi risiedo: la tocca Varane! Anzi no è Matuidi! Varane! Insieme! GGGGOOOOLLLL (eccola l’unica cosa che non ricordo: cosa ho fatto nei 3 restanti minuti che la palla ci ha impiegato a entrare nell’angolino opposto? Sono forse rimasto impietrito? Alfio avrà mangiato anche la mia pizza?).
E solo qui mi rendo conto. Sto sognando i supplementari. Ma io non sono come quel mio amico del quarto piano, che mi racconta i suoi sogni a puntate, che ogni volta riesce a ricominciarli da dove li ha abbandonati. Mi sforzo, non so come, di rimanere imbalsamato con il corpo. Non devo svegliarmi. Voglio viverli quei tempi supplementari. Vivermeli e godermeli perché tutto dice Juventus. Improvvisamente, però, il sogno sposta l’asticella e io non posso che incassare, passivo. Zidane si è trasformato in Sergio Ramos, Allegri parla con la panchina avversaria come si fa nelle riunioni condominiali e il campo non esiste più nelle riprese. E’ sparito Buffon. Cristiano Ronaldo è alla sfilata dei costumi Prada insieme a Balotelli. Benatia ha le mani sul volto e un piede in aria. Higuain saluta Modric. Sto perdendo il contatto oculare, tutto è confuso – ZZZzzzzZZZZzzzz –
QUALCUNO MI DIA I SUPPLEMENTARI!
Allegri mi ha portato fin qui, ho ancora dentro di me l’abbraccio della scorsa notte e delle cose che ci siamo detti. Allegri se li è meritati. Allegri non ha fatto più cambi perché un po’ di scaramanzia è degli uomini di paese, perché a Monaco di Baviera era tutto diverso, era nell’aria che il loro gol potesse arrivare, c’era Evra e nessuno quella cosa la ripeterà. Qui è di più: sono io con la testa a guidare fino ai rigori, non ho paura del Bernabeu. Buffon ne parerà tre su quattro, l’ultimo nostro sarà di Marchisio. Voglio sentirmi juventino fino al midollo, come mio padre, come mio nonno, come la gente di Villa Perosa. Nessuno a Madrid ha fatto questa cosa. Saremo nella storia. Meritatamente. E non me ne frega più niente se Cuadrado è il jolly giusto dalla panchina, se Szczesny ai rigori sarebbe meglio, se Sturaro fa il balletto con Landucci a bordocampo. Arrivano, eccome se arrivano i supplementari…
Mah… mah… cosa ci fa qui a un metro da me Mimmo Pesce? Perché mi chiede “ma Momblano, dimmi di Higuain”? E Stefano Donati? Non stava conducendo? Mi dice: “Aveva una voglia matta di fischiare”. Come? Perché sono andati tutti già a fare le interviste? Mi guardano con pietà. “Ai supplementari avreste vinto, ma il gol di Isco era buono”. Ascolto le parole di chi mi sta intorno. Non chiedo lumi. Sigaretta, macchina, letto, tastiera. Un po’ me ne vergogno: i supplementari in pratica non li ricordo. E i rigori? Ha poi segnato Marchisio? Chi abbiamo nel girone dei mondiali? Emre Can ha firmato il rinnovo con il Liverpool?
Ho bisogno di fermarmi.
Mi risveglierà la Sampdoria.
Confido sempre nelle domeniche di primavera.
Luca Momblano.